L’abitazione primitiva in agro pontino: la lestra

Lestra

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Sebbene lungo la via Appia mausolei, ruderi ed edifici più recenti risalenti all’800 testimoniano l’insediamento dell’uomo nel tratto del decennovio cioè quel tratto della regina viarum che da foro Appio si estende fino a Mesa di Pontinia e quindi a ridosso di Terracina, per rimanere nell’ambito dell’attuale territorio del comune di Pontinia, da questo rettifilo vero sul mare per decine di chilometri quadrati di superficie, non vi era un solo casolare, non vi erano tracce di insediamenti stabili della presenza dell’Uomo. Vi era un popolazione fluttuante, tra gli elementi caratteristici della regione pontina all’epoca delle paludi, nota per il modo di vivere assolutamente primitivo, per le sue abitudini, per le sue rudimentali forme di economia, adattate, anzi, imposte dal singolare e malsano ambiente naturale: La popolazione delle c.d. “Lestre”. A parte i gruppi di lavoratori che discendevano dai prossimi Monti Lepini e da Terracina per ragioni di lavoro campestre durante le poche settimane di maggiore attività agricola, ma che comunque restavano alla periferia della pianura abitando in rozze capanne provvisorie, la popolazione delle “Lestre”, invece, abitava più stabilmente questi luoghi. Le “Lestre” erano dei piccoli appezzamenti di terreno che si estendevano all’interno della macchia selvaggia in radure delimitate da recinti e messi al pascolo. Aree interne alla zona boschiva, privi di alberi e spesso nelle zone più interne e dunque meno accessibili della selva, in plaghe remote raggiungibili a volte per lunghi sentieri noti soltanto a gente pratica dei luoghi. In questi luoghi sperduti si elevavano dei gruppi o dei piccoli villaggi di capanne. Capitare in una di queste “lestre” era come piombare improvvisamente in un ambiente di primitività assolutamente priméva.
Capanne di solito a base circolare, o più raramente a base ellittica, con tetto a cono molto accentuato, di un tipo che gli etnografi designano come estremamente arcaico. La parte bassa della capanna è di assi di legno rozzamente tagliate o di fasci di canne impastate con creta e talora rivestite esternamente di uno strato di calce bianca; la parte superiore, cioè il tetto, è formata da uno strato spesso di cannucce palustre, o più raramente di squame di corteccia o di tavolette di legno. Un solo vano all’interno, un’unica porta d’accesso, bassa, senza finestre; in mezzo a terra, il focolare circondato da grosse pietre; in alto, da un estremo all’altro del tetto, un bastone di legno, al quale ne è sospeso un’altro, molto lungo e regolabile per mezzo di numero intaccature, in modo da poter tenere sospeso un recipiente ad altezza variabile sul fuoco, facendo la funzione della catena di un camino. Tutto intorno i rozzi e primitivi giacigli per gli abitatori della capanna, una specie di cassettone circolare, che gira intorno alla parete interna, sollevato da terra e diviso in molti scompartimenti, un’arca o madia per il pane, alcuni sgabelli, alcuni recipienti di terracotta per l’acqua.
In queste capanne così primitive viveva per la più parte dell’anno una popolazione, migrante periodicamente, ogni anno, dai paesi d’origine situati molto spesso assai lontano, sulla montagna; ma non tanto della prossima montagna Lepina, bensì sui più remoti gruppi degli Ernici, quasi a confine con l’Abruzzo. Il maggior contributo a questi lestraioli era dato infatti da abitanti di Filettino, di Trevi nel Lazio, di Veroli, di Guarcino, di Alatri, di Vico, etc. Scendevano essi da queste loro sedi di montagna, dove avevano le loro dimore stabili, in settembre, con le loro famiglie, greggi, percorrevano a tappe molte decine di chilometri e giunti nella pianura pontina, si installavano nelle lestre; qui occupati ad allevare il bestiame, sopratutto suino, o nel taglio dei boschi o nella preparazione del carbone, trascorrevano in realtà la maggior parte dell’anno, poiché solo a giugno ripigliavano il cammino dei loro monti; il soggiorno nella pianura durava, perciò, nove e talora dieci mesi. Si trattava, nell’insieme di alcune migliaia di perosne distribuite in una cinquantina di Lestre talune delle quali contenevano appena tre o quattro capanne, altre, come la Lestra della Cocuzza e quella della Nespola, ospitavano “villaggetti” di 100 e 150 abitanti.
La singolarità di questo ambiente di vita primitiva, risalente probabilmente ad altissima antichità, costituiva, peraltro, anche dal punto di vista economico e sociale, un anacronismo ormai inammissibile. A parte una folla di ragioni di ordine sociale, si può ben dire che la intrinseca ricchezza del suolo pontino reclamava, per le necessità di sviluppo demografico dell’Italia, una ben altra utilizzazione, quella che l’opera di redenzione avviata dovrà rapidamente ottenere. [tratto da La bonifica delle Paludi Pontine – Istituto di Studi Romani, 1935 Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma]

Comments

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Apr 05, 2010
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Salvatore

Articolo interessante ed inedito in Rete il migliore di quelli disponibili meglio sarebbe se fosse pure pubbblicato su Wikipedia

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Lug 14, 2012
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giuseppe canzonetta

Dato che nel mio paese (Mazzano Romano) nell’ambiente venatorio il termine “lestra” indica fosse fangose dove il cinghiale si rotola per proteggersi da gli insetti, chiedo cortesemente se il nome ha attinenza col tipo di terreno paludoso tipico dei luoghi ove le vestre vere e proprie vennero costruite,
Ringrazio anticipatamente.

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Lug 30, 2012
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Antonio Rossi

<> I sentieri cui si fa riferimento nel brano potrebbero essere tracciati non tanto dagli uomini ma piuttosto dai cinghiali per muoversi nella selva impenetrabile. Questo è l’unico elemento in comune che mi viene in mente con l’accezione del termine indicato nel commento. In agro pontino con il termine “lestra” ci si riferisce a dei piccoli appezzamenti di terreno che si estendevano all’interno della macchia selvaggia in radure delimitate da recinti e messi al pascolo e caratterizzati dalla tradizionale capanna che spesso viene confusa e chiamata Lestra. Vista la presenza dei cinghiali, tuttavia, non è da escludere che tali radure all’interno della palude pontina non abitate potessero essere meta dei cinghiali.

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Apr 02, 2010
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Antonio Rossi

Grzie ad “anonimo” (vedi commento precedente) per la segnlazione di diversi refusi per i quali ci scusiamo con i lettori e che abbiamo prontamente provveduto a correggere.

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Apr 02, 2010
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anonimo

I tantissimi errori di battitura rendono molto difficile la lettura di un articolo interessante.

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